Anfiteatro Verlasce
L’alta valle del Volturno, delimitata a sud-est dal massiccio del Matese e a est dalle Mainarde, costituisce il settore più occidentale del Sannio pentro. La piana dove sorge Venafro ne costituiva la via d’accesso preferenziale dalla Campania e dal Lazio, per cui, fin dai tempi più antichi, il centro fungeva da importante snodo strategico e commerciale.
L’anfiteatro dell’antica Venafrum (il cosiddetto Verlascio o Verlasce) fu costruito nel corso del I secolo d.C. immediatamente all’esterno della città. Conservatosi grazie alla sovrapposizione di case rurali ai ruderi romani avvenuta nel corso del XVII secolo, ne rimane percepibile l’antica volumetria, interrotta dalle vie di accesso allo spazio centrale. Sono ancora visibili tratti originali delle murature in opera mista (con paramenti in reticolato e laterizio) e tra i materiali più interessanti che sono emersi dallo scavo vi è l’iscrizione che ricordava il contributo finanziario dato da un esponente dell’importante gens Vibia alla costruzione dell’edificio. La struttura, orientata est-ovest, risultava extra-urbana, anche se non lontana dalle mura della città. Doveva trattarsi di un anfiteatro autoportante con 66 muri radiali realizzati con ciottoli di fiume e ammorsature in opera laterizia, di cui attualmente se ne conservano 42. Lungo l’asse maggiore erano presenti gli accessi principali, di dimensioni differenti in quanto quello posto a ovest era utilizzato come ambiente di servizio della struttura, mentre quello a est permetteva di accedere al podio, che doveva ospitare probabilmente tre o quattro gradini ed era posto a una quota più bassa rispetto al livello di camminamento. Gli scavi hanno portato alla riscoperta dell’anello esterno, di cui rimane la fondazione spessa 1,95 metri, che doveva costituire una galleria percorribile. Questo ha permesso di calcolare le misure del monumento: 119×92 metri, con un’arena di 65×40 metri, sicuramente uno degli anfiteatri più grandi di tutto il territorio italiano. Le indagini archeologiche effettuate nei primi anni 90 hanno permesso di individuare, inoltre, il piano dell’arena, posto a 4 metri di profondità, alcune parti della struttura del podio, una canalizzazione, alcuni cunei che sostenevano le gradinate. L’edificio, essendo posto in pianura e soggetto a frequenti allagamenti, doveva essere interamente sostruito e realizzato con materiali più facilmente reperibili, in particolare ciottoli del fiume Volturno, anche in virtù della grande quantità di pietre necessarie. Per rendere più stabile la struttura, che doveva poggiare su due grosse fondazioni ellissoidali raccordate da murature, le testate dei setti e i pilastri portanti esterni furono realizzati in opera laterizia.
La costruzione dell’anfiteatro romano a Venafro viene collocata alla metà del I sec. d.C., a cavallo degli imperatori Augusto e Tiberio, in una fase di espansione della città destinata a durare per molti decenni.
L’edificio, che oggi si caratterizza per una serie di unità contigue a due livelli disposte intorno a uno spazio ellittico, dopo essere caduto in disuso nel corso dell’alto medioevo, è stato oggetto di spoliazione fino a essere riadattato ad uso di stalle e fienili. La destinazione d’uso a fini agricoli ha determinato una frammentazione delle proprietà che si è perpetuata fino a tutto il XX secolo, portando a definire unità coincidenti con uno o più settori anulari dell’antico anfiteatro coperti da tetti a falde. Di quest’ultimo, di fatto, si conservano in elevato i muri di separazione dei settori, nei quali in alcuni casi sono ancora leggibili le linee di imposta delle volte che sostenevano le gradinate. Tali muri sono stati inglobati nelle pareti di separazione degli ambienti; questi ultimi presentano una pianta generalmente trapezoidale, più stretta verso lo spazio ellittico centrale e più larga verso l’anello esterno. Le antiche volte, non funzionali agli usi a carattere agricolo, hanno lasciato il posto ad orizzontamenti lignei o a nuove volte realizzate con tecniche moderne e premoderne. Fanno eccezione i settori adibiti a strade di accesso allo spazio centrale, che non presentano orizzontamenti.
Il termine Verlasce, con numerose varianti, si ritrova nella trattatistica e nella cartografia storica, ma soprattutto nella toponomastica di molti comuni italiani, riferito generalmente ad ambiti urbani sviluppatisi intorno a uno spazio pseudo circolare, riconducibile ai resti di un anfiteatro romano.
- Il Complesso monumentale del Verlasce in Venafro (2009) a cura di C. Cundari, Roma Capini
- L. Scaroina, L’anfiteatro di Venafro, in Lo Sport nell’Italia Antica, dai Sanniti ai Longobardi, a cura del Ministero per i Beni e le Attività. Culturali, Direzione Generale per i Beni Archeologici, Soprintendenza Archeologica del Molise, Ripalimosani 2003, pp. 99-101.
- A. Betori – L. Scaraina – S. Tanzilli, Cassino e Venafro. Episodi di edilizia monumentale a confronto, in Lazio e Sabina 7. Atti del Convegno ‘Settimo incontro di Studi sul Lazio e la Sabina’, Roma 2010, Roma 2011, 511-523.
- G. Vitagliano – B. De Nigris, Resistere al tempo e agli uomini. L’anfiteatro Verlasce di Venafro tra conservazione e trasformazioni.
Attenzione
Le unità architettoniche sono chiuse al pubblico.
Nota
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Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per il Molise