Teatro Romano di Venafro
Il teatro di Venafro costituisce, insieme all’anfiteatro, uno dei principali monumenti della città antica. Situato al margine nord occidentale del reticolo viario ortogonale dell’area urbana, l’edificio è caratterizzato da una enorme cavea ricavata lungo il pendio del monte S. Croce e da due aditus che la delimitano ad ovest e ad est; gli aditus erano attigui a due piazzali simmetrici che affiancavano le strutture della scena, di cui quello occidentale fu in un secondo tempo occupato da un portico con colonne.
Le strutture del teatro di Venafro sembra fossero note già dal 1600: si riconosceva le murature, seppure da subito venissero interpretate come edifici termali per la grande quantità di cisterne e condutture che le attraversavano. I resti archeologici vennero scavati e parzialmente riportati alla luce a partire soprattutto dal 1972, ma con campagne di scavo discontinue, che non hanno permesso di completarne la conoscenza, sebbene il monumento sia stato oggetto di interventi di restauro e di valorizzazione: se ne conoscono settori della scena e della cavea e inoltre le strutture emerse che testimoniano la trasformazione della corte post scaenam in “quartiere” di produzione industriale nel corso dell’epoca tardo romana e altomedievale. I blocchi della gradinata sono stati in gran parte asportati per essere riutilizzati o per farne calce, come dimostrerebbe una delle due fornaci scoperte ai margini del monumento, nel caso fosse riconoscibile come una calcara. Della media cavea comunque rimangono ancora integre alcune parti mentre l’ima cavea sembra essersi conservata integralmente.
Nel suo primo impianto il teatro risalirebbe agli anni immediatamente successivi alla sistemazione urbanistica triumvirale, quando venne costruita una gradinata che comprendeva solo la proedria, l’ima e la media cavea. Seguì un ampliamento con la realizzazione della summa cavea che dovette concludersi, a giudicare dagli elementi architettonici in marmo, tra il 14 a.C. e il volgere del secolo, cioè poco dopo la deduzione della colonia augustea, ma vi è la possibilità che l’edificio scenico, comprese le aule basilicali, abbia subito interventi e completamenti fino alla prima età giulio-claudia. Nel corso del II secolo d.C., probabilmente nella seconda metà, si collocano la seconda fase costruttiva, nella quale avvenne la ristrutturazione dell’edificio scenico in laterizio e l’aggiunta di un odeion subito a ovest del teatro. Ancora più tardi, probabilmente nel III sec. d.C., si data un impianto idraulico per la realizzazione di giochi d’acqua nell’orchestra. La fine della frequentazione del teatro va messa in relazione con il terremoto della metà del IV secolo: le decorazioni marmoree vennero smontate e accatastate in previsione di un probabile restauro. Questo però non fu più possibile e già nel V secolo alcune parti del monumento sono state riadattate per essere utilizzate come ricoveri e abitazioni.
Nel teatro si tenevano soprattutto spettacoli di mimo e pantomimo e, nell’ultima fase di frequentazione, verosimilmente nella prima metà del III sec. d.C., fu ultimato un interessante intervento allo scopo di rendere possibile la realizzazione di giochi d’acqua. La trasformazione dell’orchestra in “piscina” mediante il suo allagamento consentiva la rappresentazione di Tetimimi, danze coreografiche di mimae in vesti di Nereidi e di Ninfe. Venne costruita una grande cisterna in prossimità dalla quale si diramava un canale in muratura che portava l’acqua direttamente all’orchestra. Il flusso era regolato da piccole saracinesche poste lungo il canale, delle quali si conservano gli alloggiamenti.
Ricco l’apparato decorativo scultoreo e parietale. Oltre agli elementi architettonici in marmo lunense, tra cui cornici, architravi e capitelli di stile corinzio che decoravano la frontescena del teatro (la trabeazione è ricostruita all’interno del Museo Archeologico Nazionale di Venafro), due grandi statue virili e il ritratto conservato posto sopra uno di esse, ma non pertinente, rappresentano gli elementi più notevoli del ritrovamento del secolo scorso. Entrambe le statue, maggiori del vero in nudità eroica e con mantello intorno ai fianchi e sulle spalle, sono attribuite all’età giulio-claudia, inizialmente riconosciute come statue di Augusto e Tiberio, in un secondo tempo ricondotte ad ambito privato, datandole tra l’età di Caligola e quella di Claudio (37-54 d.C.). Probabilmente i personaggi qui rappresentati contribuirono agli interventi di restauro del teatro, ottenendo così la collocazione all’interno del monumento. Le rimanenti sculture ritrovate nel teatro appartengono invece a statuette ricollegabili al ciclo dionisiaco e a Venere e probabilmente da collocare nelle nicchie del pulpito.
Gli intonaci dell’edificio, invece, hanno restituito, tra gli elementi più interessanti, graffiti propriamente intesi, sia scritti che figurati, iscrizioni (e probabilmente anche disegni) dipinte con il minio (tituli picti), nonché disegni a carboncino. Tali testimonianze si trovano in primo luogo all’interno dei due grandi aditus del teatro, dotati, in piena età imperiale, di un rivestimento uniforme, piuttosto ben conservato. Sono state inoltre rilevate sulla parete meridionale esterna dell’aditus occidentale e su un lacerto di intonaco del portico colonnato a sud dello stesso aditus.
- C. Molle, Graffiti e tituli picti dal teatro romano di Venafrum, in H. SOLIN (ed.), Le epigrafi della Valle di Comino. Atti del settimo convegno epigrafico cominese (Atina 5-6 giugno 2010), 2011, pp. 105-130
- P. Pensabene-V. Bruni, Il teatro e l’odeion di Venafro, Roma 2024
- S. Capini, Venafro: il teatro romano, in Bollettino di Archeologia 1-2, 1990, pp. 229-232
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